Il Presidente di Alternativa Popolare Paolo Alli è rientrato da Kiev in Ucraina dove era andato per rappresentare il partito e presentare il dono che Stefano Bandecchi e il partito hanno fatto all‘Ucraina e alla suo popolo con i 108 generatori elettrici. Giorni intensi in cui si sono susseguiti numerosi incontri istituzionali e visite il alcuni luoghi simbolo della guerra come Bucha, dove il Presidente ha reso omaggio alle vittime del massacro avvenuto un anno fa a opera delle forze russe.

Di ritorno dal viaggio, il Presidente ha voluto lasciare una testimonianza delle sensazioni vissute in questa difficile missione. Qui di seguito la sua lettera:

Sto rientrando da una visita di due giorni a Kiev con una delegazione del Partito Popolare Europeo guidata dal Presidente Manfred Weber. Ho rappresentato Alternativa Popolare, che ha inviato, grazie alla generosità del Segretario Nazionale Stefano Bandecchi, 108 generatori elettrici nell’ambito del programma Generators of Hope sostenuto proprio dal PPE. Più di 50 ore di viaggio tra andata e ritorno, ma non pesano. Sul treno che lentamente ci riporta da Kiev al confine con la Polonia, sono le emozioni a prevalere sugli esiti dei pur numerosi e importanti incontri politico-istituzionali.

Sono stato molte volte in Ucraina, da parlamentare e da Presidente della Assemblea Parlamentare della NATO, amo quel Paese, del quale ho anche l’onore di essere Cavaliere della Repubblica. Tornare in quei luoghi, che hanno visto distruzione e brutalità, sentire dalla voce dei protagonisti i loro racconti, talora raccapriccianti, è stato profondamente diverso rispetto alla visione delle mille immagini su internet e in televisione e alla lettura delle infinite pagine di cronaca di una guerra ingiusta, della quale non si intravvede la fine.

 

La vita a Kyiv sembra scorrere normale, ma il clima è surreale. Sulla faccia della gente si scorge un’ombra mai vista prima. Sorridono anche, gli Ucraini, ma con al morte nel cuore, come mi ha testimoniato una cara amica che segue il dramma delle truppe al fronte. Del resto, parlare di normalità quando ti manca la certezza della stessa sopravvivenza tua e dei tuoi cari, è paradossale. Mi vengono alla mente tanti racconti dei miei genitori e dei miei nonni, quando parlavano della vita “normale” durante la seconda guerra mondiale: non avrei mai creduto di poterli rivivere nei racconti e negli sguardi di donne e uomini del XXI secolo.

 

Davanti agli orsetti di peluche messi in mezzo ai fiori davanti, alle fosse comuni di Bucha, è stato impossibile trattenere le lacrime. Ascoltando il racconto drammaticamente appassionato dei sindaci di Borodyanka, Bucha, Irpin e dello stesso sindaco di Kyiv e la testimonianza commovente di un prete nella cattedrale ortodossa di Bucha, è stato difficile non provare sconforto, che prevale perfino su indignazione e rabbia.

 

L’invasione russa non è giunta inaspettata, in qualche modo il popolo ucraino era preparato ad una evenienza che il protrarsi infinito e strisciante della guerra in Donbass rendeva sempre più probabile. Ucraini e Russi sono da sempre legati a filo doppio, molte famiglie sono miste e in tanti, pur non escludendo uno scontro militare, sanguinoso finché si vuole, pensavano che potesse restare dentro i confini di una parvenza ultima di umanità. Ma “quando ti ammazzano i bambini o li deportano per ‘rieducarli’ in Russia, tutto cambia”. La scoperta delle fosse comuni di Bucha ha tracciato una linea rossa, oltrepassata la quale non c’è ritorno. “Da quel momento nulla è più come prima, per noi quella gente è diventata nemica per sempre”.

Se un anno fa le persone normali potevano anche pensare a una qualche forma di mediazione con la Russia, ora non è più così. Oltrepassata la linea rossa, non resta che. Che significa, senza mezzi termini, riconquistare tutte le terre occupate da Mosca fin dal 2014. Questo è il sentiment che si respira per le strade, nei colloqui con i politici, gli esperti e la gente comune.

Gli Ucraini sono forti e orgogliosi: ho ancora nella mente le parole del prete di Bucha: “Non vogliamo l’assistenza dell’Europa, vogliamo essere parte dell’Europa per dare in nostro contributo. Perché siamo Europei”. Con l’aiuto delle democrazie occidentali, gli Ucraini vinceranno, anche a prezzo del sangue di tanti altri uomini e donne. Ma non fu così nella guerra di liberazione da Hitler e Mussolini? E lo dico a beneficio dei pacifisti di oggi, pronti a celebrare la Liberazione, ma altrettanto pronti a dire che non bisogna dare le armi all’Ucraina per difendersi. Qualche giorno fa, Antonio Polito, con la consueta lucidità, denunciava un paradosso tutto italiano: coloro che gioirono nel vedere Cina e Russia armare il Vietnam nella guerra di difesa contro gli Americani sono gli stessi che oggi si stracciano le vesti di fronte all’idea di armare l’Ucraina per consentirle di difendersi dall’aggressore.

Gli Ucraini ricostruiranno case, strade, ponti e reti elettriche. Lo faranno con grande dignità e senza lamentarsi. Ma vogliono vincere la guerra, il 95% del popolo pensa che la guerra sarà vinta entro quest’anno, con la sconfitta sul campo della Russia. Una unanimità perfino impressionante, giustificata certamente dal fatto che si tratta di una società in guerra, ma che dovrebbe costituire un segnale per le stanche democrazie occidentali – in primis la nostra – dove la memoria è molto breve e prevale l’illusione di potersi rifugiare dentro confini in realtà sempre meno sicuri. Come ci testimonia l’angoscia della Moldova, che attende solo di essere  la seconda Ucraina. E un Putin sconfitto nel Donbass, potrebbe vendicarsi, sapendo di avere con Chisinau vita assai più facile.

Non sarà difficile, in Ucraina, ricostruire strade, palazzi, centrali elettriche. Ci saranno tanti piani Marshall che laveranno le nostre coscienze. Ma sarà quasi impossibile ricostruire i legami secolari tra due popoli, divisi oggi dalla follia di una antistorica strategia neo-imperiale.

La responsabilità più grande di Putin di fronte alla storia è proprio quella di aver creato una frattura insanabile tra due popoli fratelli.

Tutto questo apre una amara riflessione sugli indugi e le incertezze dell’Occidente. Quante volte mi sentii chiedere, nel 2015, nella bellissima Mariupol oggi distrutta: “perché non ci difendete? Putin ci prenderà, prima o poi”. Il primo errore fu non fermare Putin nel 2008 in Georgia, gli altri non disinnescare definitivamente le mine della Transnistria e del Nagorno-Karabakh ed essere remissivi di fronte all’annessione della Crimea e alla guerra nel Donbass. Anche le esitazioni ad accogliere nella NATO i Paesi dei Balcani occidentali, la Georgia e la stessa Ucraina, rimbalzati per anni per la paura della Russia, hanno fatto, alla fine, il gioco di Putin.

 

Un Putin che, comunque, è già stato sconfitto, perché si è messo dalla parte sbagliata della storia. Ha ottenuto gli effetti opposti a quelli che si prefiggeva: ha riunificato l’Occidente democratico, ha definitivamente creato una linea invalicabile tra la sua dittatura e una Ucraina profondamente desiderosa di democrazia e di Europa, sta mettendo in difficoltà l’alleato cinese, non tiene più neanche il Kazakhstan, scosso da movimenti di piazza repressi nel sangue dalle armate di Mosca.

Non so come finirà questa guerra sanguinosa e insensata, penso che nessuno lo possa sapere oggi.

L’unica riflessione, che molti troveranno fuori luogo, mi viene da una sensazione provata davanti alle opere di Banksy in mezzo alle rovine di Borodyanka – guardatele, sono straordinarie. Sono come fiori nel deserto, sono la testimonianza che non c’è limite alla potenza della bellezza, pur dentro le contraddizioni estreme della storia umana. L’unica speranza è che sia proprio la bellezza a salvare anche questo pezzo di mondo, tormentato e insanguinato.