Esattamente ottant’anni fa, il 10 agosto 1946, Alcide De Gasperi saliva sul podio del Palais du Luxembourg per parlare, a nome dell’Italia, davanti ai rappresentanti delle nazioni vincitrici riunite nella Conferenza di Pace di Parigi. Non era un discorso come gli altri: era la difesa dell’onore di un popolo, pronunciata da un uomo solo, in un consesso dove ogni decisione era già stata presa e dove all’Italia non restava, apparentemente, che il ruolo di imputata.
Fu in quel contesto che De Gasperi pronunciò le parole che la storia avrebbe consegnato alla memoria collettiva: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Una frase di rara onestà politica, priva di retorica difensiva, che trasformò l’ammissione della propria debolezza nella più solida delle forze morali. Non fu un atto di sottomissione, ma di dignità: la dignità di chi non nasconde la difficoltà della propria posizione e proprio per questo la affronta a viso aperto.
L’ambiente, come è noto, restò gelido fino alla fine. Solo il Segretario di Stato americano James Byrnes si alzò a stringere la mano a De Gasperi, in un silenzio generale che pesava più di qualsiasi parola. Quel gesto isolato, in mezzo all’indifferenza degli altri, racchiude simbolicamente l’inizio di un cammino: da lì, e non da altrove, comincia la ricollocazione dell’Italia repubblicana nel novero delle grandi democrazie occidentali. Per l’Occidente, quel discorso rappresentò da allora un obbligo morale ad associare pienamente il nostro Paese al proprio destino: un impegno che tre anni dopo si sarebbe tradotto nell’ingresso dell’Italia tra i membri fondatori della NATO, nel 1949, mentre la Germania avrebbe dovuto attendere ancora sei anni.
Ricordare oggi quel discorso significa ricordare da dove viene la nostra vocazione politica. De Gasperi non difese l’Italia negando le proprie responsabilità, ma facendo appello a qualcosa di più alto: la fiducia nella persona, la responsabilità verso la comunità nazionale e internazionale, la fede in un ordine fondato sulla dignità dell’uomo prima che sulla forza dei rapporti. Sono gli stessi valori che, dal popolarismo sturziano alla stagione degasperiana, hanno costruito l’identità di quella tradizione politica di cui Alternativa Popolare si sente erede: moderazione senza debolezza, patriottismo senza chiusura, europeismo come scelta di civiltà e non come mera convenienza.
Ottant’anni dopo, quelle parole restano un insegnamento attuale: la forza vera non sta mai nell’arroganza di chi vince, ma nel coraggio tranquillo di chi, anche se da solo, non rinuncia mai a dire la verità.
Paolo Alli Presidente nazionale di Alternativa Popolare
