Una riflessione di Paolo Alli, presidente di Alternativa Popolare, sull’attacco odierno all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti:

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È certamente presto per dare giudizi sull’attacco di oggi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti.
Un dato però risulta ancora una volta molto chiaro: la politica estera e le guerre sono sempre più spesso dipendenti dei problemi interni dei leader di turno. Vladimir Putin ha sempre usato questo criterio nel quarto di secolo del suo potere sulla Federazione Russa: ogni volta che il suo consenso scendeva, egli metteva in atto una operazione militare internazionale, come fu nel 2008 in Georgia, nel 2014 in Crimea e donbass, nel 2016 in Siria e, infine, nel 2022 con l’aggressione su larga scala all’Ucraina, per tacere dei cosiddetti conflitti congelati.

Sia Donald Trump che Benjamin Netanyahu sono alle prese con evidenti problemi politici e personali all’interno dei propri paesi. È una coincidenza quantomeno strana il fatto che Trump metta mano alle armi ogni volta che il caso Epstein o i sondaggi sfavorevoli ne mettono in discussione la leadership interna.

Non sto dando un giudizio sull’opportunità o meno dell’attacco al regime iraniano, controllato dal potere degli integralisti islamici sciiti. Sto solo constatando un dato che ci dovrebbe far riflettere sullo stallo nel quale versano i grandi organismi multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, messi sotto scacco da potenze autoritarie e autocratiche e, all’interno dello stesso occidente, da una postura nazionalista dell’azionista di maggioranza del mondo democratico, gli Stati Uniti d’America.

È vero che il regime iraniano è sanguinario e tiene il proprio popolo nella schiavitù, ma non mi sembra che i cittadini di Russia e Cina versino in condizioni molto migliori e abbiano la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di usare gli strumenti della tecnologia, salvo quelli controllati dal governo. Eppure nei confronti di questi governi non viene mai nemmeno presa in considerazione l’ipotesi di un attacco militare, per evidenti ragioni.

Resta l’amarezza di dover constatare come la strategia del paziente dialogo, anche in un confronto muscolare, che ha caratterizzato i grandi statisti del dopoguerra sia oggi completamente dimenticata a favore di un approccio puramente tattico (si veda anche il recente caso Maduro in Venezuela) destinato nel tempo a creare solo ulteriori tensioni e divisioni.
Oppure figuracce storiche come il vergognoso ritiro dall’Afghanistan, che ha riconsegnato il paese ai talebani e che, pur ormai dimenticato, resta scritto in modo indelebile tra le pagine dolorose della nostra storia recente.