Il 19 agosto 1954, nella quiete della Sella di Valsugana, si spegneva Alcide De Gasperi. Ricordarlo oggi, settantadue anni dopo, non è un esercizio di pietà civile, ma un dovere politico: pochi uomini hanno inciso così a fondo sulla fisionomia dell’Italia repubblicana e sul disegno stesso dell’Europa che oggi abitiamo.
De Gasperi non fu mai un funzionario della ricostruzione calato dall’alto. Trentino di frontiera, formatosi nel solco del popolarismo di don Sturzo, deputato prima a Vienna poi a Roma, conobbe a fondo la vita concreta dei contadini, degli emigranti, dei piccoli produttori, prima ancora di sedere nei governi.
Pagò con il carcere, nel 1927, la propria opposizione al regime fascista, e visse gli anni successivi ai margini della vita pubblica, impiegato alla Biblioteca Vaticana. Fu proprio quella distanza forzata dal potere, e non la sua conquista, a maturare in lui un’idea della politica come servizio e non come esercizio di dominio: una postura che gli permise, una volta tornato in campo, di parlare al Paese reale e non soltanto ai suoi apparati.
Guidò otto governi tra il 1945 e il 1953, in condizioni materiali che oggi facciamo fatica persino a immaginare: la stabilizzazione della lira, l’impiego degli aiuti del Piano Marshall, l’avvio della riforma agraria, il reinserimento dell’Italia tra le nazioni democratiche. Ma il suo sguardo andava oltre i confini nazionali. Insieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer, comprese che la pace del continente non poteva reggersi soltanto su trattati e frontiere sorvegliate, bensì su istituzioni condivise capaci di legare in modo irreversibile gli interessi dei popoli europei: la premessa di tutto ciò che sarebbe diventata l’Unione Europea.
Non è un caso che, in questi stessi giorni, il cardinale vicario di Roma Baldo Reina, ricordando l’anniversario, abbia indicato come tratto distintivo dello statista trentino la capacità di “guardare con fede oltre le macerie della guerra”: un giudizio che conferma quanto la statura di De Gasperi travalichi gli steccati di parte e appartenga alla memoria condivisa del Paese.
È una lezione che riguarda anche il presente. In un tempo di democrazie logorate, di nazionalismi che tornano a bussare alle porte d’Europa e di una classe dirigente spesso tentata dalla scorciatoia dell’immediato, il metodo degasperiano, ovvero pazienza costruttiva, rigore morale, fiducia nelle istituzioni più che negli uomini forti, resta un punto di riferimento. Alternativa Popolare, che in quella storia riconosce le proprie radici, ha il compito di custodirne il senso e di renderlo, ancora oggi, praticabile.
Paolo Alli
Presidente nazionale di Alternativa Popolare
