Ci sono date che rischiano di diventare rituali. Il 2 aprile, Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, corre questo pericolo: essere ricordata, celebrata, e poi rapidamente archiviata. Eppure, se ci fermassimo alla ricorrenza, tradiremmo il senso più profondo di questa giornata.
La consapevolezza non è un esercizio annuale. È una responsabilità quotidiana.
Parlare di autismo significa parlare di persone, famiglie, comunità. Significa riconoscere che esiste una parte del Paese che richiede tutt’altro che compassione e visibilità episodica; ma strumenti e diritti concreti.
Ma soprattutto, significa scegliere da che parte stare.
Perché ogni società si misura sulla capacità di non lasciare indietro nessuno.
In Italia, questa responsabilità è stata spesso raccolta da una rete silenziosa e tenace: il terzo settore. Associazioni, cooperative, fondazioni, volontari. Donne e uomini che ogni giorno costruiscono inclusione là dove lo Stato fatica ad arrivare. Non per sostituirsi alle istituzioni, ma per completarne l’azione rendendola viva.
È il principio di sussidiarietà, pilastro della cultura popolare e del cristianesimo sociale: ciò che può essere fatto meglio dalla società, non deve essere centralizzato. Non è una rinuncia dello Stato, ma la sua forma più alta. Perché uno Stato davvero forte non è quello che fa tutto da solo, ma quello che riconosce, sostiene e valorizza le energie della comunità.
Se lo Stato dimentica il terzo settore, non è Stato. È solo un apparato burocratico.
Le famiglie che vivono l’autismo lo sanno bene. Sanno cosa significa affrontare la quotidianità tra servizi insufficienti e percorsi discontinui. E sanno anche che, spesso, la risposta più immediata arriva dalle reti territoriali, dove nasce la vera inclusione.
È lì che una persona nello spettro autistico può trovare strumenti per esprimersi, crescere, realizzarsi.
La politica ha un dovere chiaro: sostenere queste reti, non ostacolarle. Dobbiamo uscire dalla logica dell’assistenzialismo per entrare in quella della promozione della persona. Perché ogni individuo, indipendentemente dalle proprie fragilità, ha diritto a un progetto di vita.
Questo non è un tema “di settore”. È un tema di civiltà.
Una democrazia che si definisce tale non può accettare che qualcuno resti ai margini. Non può voltarsi dall’altra parte, deve agire.
Non si tratta di fare di più. Si tratta di fare meglio.
In questa direzione, Alternativa Popolare rinnova il proprio impegno. Non solo oggi, ma ogni giorno. Con proposte, con iniziative, con una presenza costante sui territori. Crediamo in una politica che non si esaurisce nelle ricorrenze, ma che costruisce percorsi. Che non distribuisce pietà, ma genera speranza.
Perché la speranza è la vera infrastruttura sociale che in questi periodi bui abbiamo il bisogno di ritrovare.
Il 2 aprile deve allora diventare qualcosa di diverso: non un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Scegliere da che parte stare significa questo: stare accanto, non sopra.
È una scelta politica, certo. Ma prima ancora è una scelta umana.
E da questa scelta dipende la qualità della nostra democrazia.
